Seminario Redemtoris Mater Albania

Identità e significato dei Seminari Redemptoris Mater

1) I Seminari Redemptoris Mater

«Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo
Spirito»

(Gv 3,8).

Prima Pjetra
«I seminari diocesani e missionari “Redemptoris Mater” sono eretti dai vescovi diocesani, in accordo con l’Equipe Responsabile internazionale del Cammino, e si reggono secondo le norme vigenti per la formazione e l’incardinazione dei chierici diocesani e secondo statuti propri, in attuazione della Ratio fundamentalis sacerdotalis. In essi i candidati al sacerdozio trovano nella partecipazione al Cammino neocatecumenale un elemento specifico e basilare dell’iter formativo e, al contempo, sono preparati alla “genuina scelta presbiterale di servizio all’intero Popolo di Dio, nella comunione fraterna del presbiterio”» (Statuto del Cammino neocatecumenale, art. 18, § 3).
Il Cammino neocatecumenale, definito da s. Giovanni Paolo II come “un itinerario di formazione cattolica valida per la società e i tempi odierni” è uno strumento pastorale messo “al servizio dei Vescovi” (cfr. Statuto, §§ 1 e 2). Approvato ufficialmente dalla Santa Sede nel 2008, esso non è né un Movimento né un’Associazione né una Prelatura, ma si prefigge di far riscoprire le ricchezze del Battesimo e della vita cristiana sul modello del Catecumenato antico che prevedeva un annuncio kerygmatico e una conversione morale (Metanoia) attuantesi progressivamente tramite l’ascolto della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la vita comunitaria (cf. già At 2,42). Il “Cammino” è usualmente annoverato tra quelle nuove realtà che suscitano speranza per la Chiesa tutta essendo anche un focolaio di numerose vocazioni (cf. PDV 41). Dalle decine di migliaia di comunità neocatecumenali sparse nei vari continenti sono infatti sorte numerosissime vocazioni sacerdotali e religiose; e questo spesso in concomitanza con le Giornate Mondiali della Gioventù. In sintonia con la propria autocoscienza di essere un servizio ai vescovi e non un’Associazione particolare, il Cammino, quale realtà a servizio dei vescovi, ha naturalmente assunto la via dell’incardinazione diocesana per aprire le porte del ministero sacerdotale ai giovani (o meno giovani) che al suo interno sentono la chiamata di Dio. Condizione per entrare in questo tipo di seminario è quindi la partecipazione al Cammino neocatecumenale. Si antepone, o meglio, si premette e si affianca alla formazione sacerdotale l’iniziazione cristiana tout court. Ogni seminarista proviene da una comunità neocatecumenale in cui ha cominciato a conoscere il Signore e il suo amore, la comunione con i fratelli, il discernimento su se stesso, la vita di preghiera e di liturgia. Tale percorso lungi dall’essere sospeso durante il tempo di formazione sacerdotale ne 2 è considerato parte integrante. Sicché, oltre alla vita di preghiera, disciplina, studio e servizio, propria di ogni seminario, gli alunni del Redemptoris Mater seguono il “Cammino” nelle comunità locali e ritornano nella loro comunità di origine per le “tappe” più importanti. Con l’ordinazione, costoro non si inseriscono in una congregazione o fraternità peculiare, bensì sono incardinati nel presbiterio di una diocesi per servire la missione evangelizzatrice della Chiesa. Un tale collegio nasce qualora un singolo vescovo, convinto del valore apostolico di tale itinerario e, in accordo con gli iniziatori del Cammino, per sollecitudine verso le altre chiese più bisognose di clero, decide di erigere un collegio per la formazione di neocatecumeni che una volta ordinati apparterranno al proprio clero diocesano con la peculiarità di essere destinati alla missione. Riprendendo un tradizionale detto ecclesiastico e con un po’ di ironia, potremmo dire che se il seminario è la “pupilla del vescovo”, un tale vescovo ne verrebbe ad avere due: il seminario diocesano soprattutto per le necessità locali e quello Redemptoris Mater per quelle della Chiesa universale. I presbiteri formati nel Redemptoris Mater anche se mandati in missione rimangono incardinati alla loro diocesi e legati al loro vescovo, il quale può anche demandarli ad altri incarichi diocesani: parrocchie, cappellanie, insegnamento, lavori in curia… La pastorale da loro svolta in ogni mansione corrisponderà all’intenzione del vescovo e alle ordinarie direttive, anche se verrà adempiuta ovviamente con una peculiare sensibilità. Il discernimento sull’idoneità all’ordinazione spetta, come di norma, al Vescovo, di cui il rettore è diretto rappresentante. Quest’ultimo si avvale anche del parere del Consiglio pastorale del seminario, composto dall’Equipe responsabile del Cammino neocatecumenale in quella data regione. In genere, in vista del diaconato, si sentono anche le opinioni dei responsabili delle comunità dei seminaristi. Tutto questo conferisce spessore e realismo alla risposta del rettore all’inizio dell’Ordinazione, quando il vescovo lo interroga circa la dignità dei candidati: “dalle informazioni raccolte presso il popolo cristiano e secondo il giudizio dato da coloro che ne hanno curato la formazione, posso attestare che ne sono degni” (Rito di ordinazione).
L’idea di formare un seminario particolare sorse agli iniziatori del Cammino, Kiko Arguello e la compianta Carmen Hernandez, all’ascolto delle parole di s. Giovanni Paolo II sulla nuova evangelizzazione dell’Europa (nel 1985). Essi ebbero l’intuizione di inviare delle famiglie in missione in luoghi scristianizzati o mai toccati dal Vangelo. Una siffatta implantatio ecclesiae era inconcepibile senza il concorso di presbiteri disposti a spezzare il pane della Parola e dell’Eucaristia nel contesto di questa missione. È così che con l’incoraggiamento del Santo Padre fu eretto a Roma, durante l’anno mariano 1988, il primo Collegio diocesano missionario Redemptoris Mater. Da allora sono nati più di cento seminari in diverse diocesi dei cinque Continenti: dal Callao (Perù) a Vienna, da Madrid a Kitwe (Zambia), da Berlino a Perth (Australia) e Washington, da Brasilia a Kaohsiung (Taywan), da Varsavia a Medellin, da Yaundé (Camerun) a Namur… Il numero di seminaristi varia dal centinaio alla dozzina. I seminaristi provengono da varie nazioni. L’internazionalità è infatti un concreto segno della cattolicità della Chiesa nonché un forte richiamo ad allargare gli orizzonti e a considerare l’unicità del genere umano in Cristo. Non si sceglie in quale seminario entrare: tutto si gioca sulla libertà dello Spirito (cfr. Gv 3,8 e 2Cor 3,17): si chiede al candidato se sia pronto ad andare “ovunque”, con totale disponibilità e piena fiducia nella Provvidenza e libera accettazione della destinazione. Così, si possono incontrare degli spagnoli nel seminario di Bangalore, dei tedeschi in quello di Brasilia, dei boliviani in quello di Kopenhaghen, degli italiani in quello di Manila ecc. ecc. La lingua e la cultura del posto sono assimilate poco a poco con lo studio e con la frequentazione delle comunità locali… Altra particolarità formativa connessa con l’universalità è l’educazione alla dimensione itinerante della vita apostolica dedicando, durante gli anni del seminario, un congruo tempo (in genere due anni) all’evangelizzazione con una équipe itinerante del Cammino neocatecumenale, o con un parroco in missione, o ancora con il rettore di un altro seminario. In definitiva i seminari Redemptoris Mater sono un frutto del rinnovamento ecclesiale provocato dal Concilio Vaticano II e suppongono la correlazione e sinergia tra elemento gerarchico/istituzionale (la diocesanità) e quello carismatico/missionario. Si tratta di un tipico caso di integrazione tra indole gerarchica e dimensione carismatica e profetica della Chiesa (cf CDF, Iuvenescit Ecclesia, 2016).
Benedizione della Prima Pietra

2) Significato teologico dei seminari Redemptoris Mater

Dopo questa descrizione, mi pare utile sottolineare quanto i seminari Redemptoris Mater possano
considerarsi un piccolo ma significativo “segno dei tempi” per la Chiesa di oggi. Attiro l’attenzione su tre
punti salienti di novità che emergono dal punto di vista ecclesiologico: i rapporti tra “gerarchia e laicato”, tra
istituzione e carisma e tra Chiesa universale e chiesa locale.

L’originalità dei Redemptoris Mater è di radicare la formazione seminaristica sulla iniziazione alla vita cristiana. Che il seminarista (e poi il presbitero) sia (e continui ad essere) un fedele, in ricerca, insieme ai membri della comunità, delle ricchezze del proprio battesimo, costituisce la condizione per garantire la profonda comunione ecclesiale evitando la deriva clericale. L’essere innanzitutto “cristiano con i fratelli” diviene realmente previo all’essere “sacerdote per loro”. Frequentare in modo costante la comunità in una parrocchia aiuta il seminarista a non isolarsi e a condividere gioie e speranze, dolori e affanni con altre persone, nel comune intento di discernere sempre meglio la volontà del Signore. La santità primeggia sulla funzione e il Battesimo si rivela quella realtà capace di illuminare e rendere possibile ogni vocazione, sia essa al matrimonio che al sacerdozio. Sottolineare con tanta forza la formazione battesimale da un parte e la comunità cristiana dall’altra corrisponde del tutto alla teologia conciliare del Popolo di Dio in cui la chiamata alla santità precede ogni differenziazione ministeriale o vocazionale (cf. LG II e V). Il duplice recupero della centralità insostituibile dell’iniziazione cristiana e della comunità fraterna è anche una carta vincente per fronteggiare le possibili crisi cui possono andare incontro i seminaristi e i presbiteri. Puntare non solo sulla formazione al ministero e al ruolo di leadership, ma anche sulla formazione cristiana consente di prevenire alcuni traumi. A nessuno sfugge infatti che nella stragrande maggioranza dei casi la defezione dal sacerdozio (ma il discorso vale anche per le crisi coniugali) non sia dovuta ad una mancanza di formazione al sacerdozio (o al matrimonio) bensì alla carenza di maturità nell’essere cristiano.
Giovanni Paolo II ha spesso usato l’aggettivo “co-essenziali” per qualificare la dimensione istituzionale e quella carismatica della Chiesa. Ora, elemento precipuo dei seminari Redemptoris Mater è il connubio tra il carattere diocesano e quello neocatecumenale/missionario/internazionale. Se il primo termine indica la naturale costituzione gerarchica della Chiesa, l’ultima terna esprime la dimensione carismatica. In altri termini, ciò che è qui in gioco è il rapporto tra dono gerarchico e carisma profetico (cf. LG 4). Nei seminari Redemptoris Mater la situazione ideale è un’autentica reciprocità e mutua inclusione (diremmo “pericoresi”) tra le due realtà. È indispensabile che il seminario abbia come suo capo il Vescovo (e in quanto suo rappresentante, il rettore) ma è altresì auspicabile che esso abbia come suo cuore il carisma neocatecumenale, rappresentato dal Consiglio pastorale. Se si dà tale “pericoresi” si può dire in verità che il seminario Redemptoris Mater è un autentico seminario diocesano, pur essendo veramente missionario-internazionale-neocatecumenale. Solo quando si ragiona con una logica tutta umana di contrapposizione e di alternativa tra gerarchia e carisma, tra diocesanità e missionarietà si trovano difficoltà nell’articolare le due dimensioni. Potrebbe in proposito venir richiamato un piccolo luogo scritturistico: san Paolo esorta così Timoteo: «non trascurare il dono spirituale che è in te e che ti è stato conferito, per indicazione di profeti, con l’imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri» (1Tm 4,14). L’intervento della “parte carismatica” cui si accennava sopra (circa il discernimento sull’idoneità per l’ordinazione o i suggerimenti quanto alle destinazioni missionarie) non potrebbe forse corrispondere a quella “parola profetica”?
Secondo la Lumen gentium le Chiese particolari o locali sono una concreta realizzazione e “visibilizzazione” della Chiesa universale (cfr. LG 23a). Tra esse vige una relazione di reciproca immanenza (cf. CDF, Communionis notio, 9). È insito alla Chiesa universale, la Catholica, il manifestarsi storicamente in una Chiesa particolare, come a quest’ultima è connaturale aprirsi e dilatarsi in modo universale. Ora questo circolo di universalità e particolarità non si manifesta soltanto mediante degli istituti giuridici come le visite ad limina (in cui la Chiesa locale si fa per così dire presente alla Chiesa universale), ma anche e forse soprattutto tramite la fattiva cooperazione tra vescovi: questi «sono tenuti, per istituzione e per comando di Cristo, ad avere sollecitudine per tutta la Chiesa: sollecitudine che, sebbene non esercitata mediante atto di giurisdizione, contribuisce tuttavia sommamente al bene della Chiesa universale» (LG 23b). Nel nostro 4 tempo globalizzato, più che mai, la Chiesa deve rifuggire le opposte tentazioni del centralismo e del particolarismo. Ebbene, i seminari Redemptoris Mater, nel contempo radicati nella particolarità diocesana e costitutivamente universali in forza della loro internazionalità e dello slancio carismatico che li anima, offrono ai singoli Pastori la concreta possibilità di esercitare, mediante la formazione e poi il dono di presbiteri missionari (Fidei donum), quella sollecitudine apostolica ed universale inerente al loro ufficio episcopale.

3) Perché un Seminario Redemptoris Mater a Lezhë?

Seminario Redemptoris Mater Lezhë
Lezhë (Lissus/Alexius) in italiano “Alessio” è situata praticamente a metà strada tra Tirana e Scutari, nel Nord dell’Albania, che è la zona tradizionalmente più cattolica del Paese delle Aquile. È una piccola Diocesi attualmente della Metropolia di Scutari, ma con una sua storia antica. Si conserva una lettera con la quale papa Gregorio Magno nomina il vescovo di Lezhë, Giovanni, alla sede di Squillace (592). La cittadina è famosa soprattutto per il “Patto di unione” tra i principi albanesi contro l’invasione dei Turchi che Giorgo Kastriota Skenderbeg vi fece sigillare il 2 marzo 1444 proprio nella Cattedrale San Nicola di Lezhë. Grazie a tale iniziativa fu ritardata di non pochi anni la conquista del sultano Maometto II. Il grande condottiero albanese, definito da Pio II Atleta di Cristo e baluardo contro il Turco, volle essere sepolto proprio in quella Cattedrale. Purtroppo dopo la morte di Skanderbeg l’invasione musulmana fu inarrestabile. E per favorire l’islamizzazione nella città di Lezhë, nei primi anni del XVI sec., la sede episcopale fu decentrata a Merqi (si pronuncia Merci), – vicino all’attuale sito del nostro Seminario -, mentre la Cattedrale San Nicola diventava una moschea. Talvolta sostenuta dai Veneziani, la chiesa cattolica in Albania sopravvisse ed alcuni buoni vescovi fecero di tutto perché il seme del Vangelo non venisse estinto. Così, proprio a Merqi, i 14-15 gennaio 1703 si tenne, su iniziativa di papa Clemente XI (di origine albanese!), un Sinodo pan-albanese, il cosiddetto “concilio di Arberi”. Tale assise decise varie misure pastorali per contrastare la defezione dalla vera fede e per implementare l’evangelizzazione e la vita cristiana. Un ruolo di spicco lo tenne proprio il vescovo di Lezhe mons. Nikoll Vlladanji. Per molti secoli la diocesi di Lezhë è stata suffraganea di quella di Durazzo; ma quando nel sec. XIX Scutari si scorporò da Antivari (oggi Bar), Lezhë entrò a fare parte della sua metropolia. (Scutari è a tutt’oggi la città albanese a più grande densità cattolica). Durante il periodo comunista (1945-1990) la vita cristiana fu mortificata: vessazioni, restrizioni e crudelissime persecuzioni si ripeterono sin dal 1945. A Lezhë morì, dopo atroci torture (la gola strappata con le mani), il parroco dell’attuale parrocchia francescana Nostra Signora Annunziata, il frate Serafin Koda l’11 maggio 1947. È un martire della nostra diocesi beatificato da il 4 novembre 2016. Ma è con la rivoluzione culturale di stampo cinese del 1967 che ogni forma di pratica religiosa venne ufficialmente abolita. Dopo la “Prima Messa” presso il cimitero di Scutari nel novembre 1990, la vita ecclesiale riprese poco a poco. Nel 1993 papa Giovanni Paolo visitò e incoraggiò l’Albania. Nel 2000 fu ristabilita l’Amministrazione apostolica a Lezhë e Mons. Ottavio Vitale fu poi consacrato vescovo il 6 gennaio 2006, mentre la nuova Cattedrale san Nicola fu solennemente inaugurata il 28 Ottobre 2008 dal Cardinal G.B. Re.
Il nostro Seminario è stato voluto dall’attuale vescovo, sin da quando era Amministratore apostolico. Mons. Vitale conobbe il Cammino grazie all’Equipe responsabile guidata dai coniugi Silverio e Giovanna Cartolano che vennero in Albania appena ci fu spiraglio di libertà, nel 1991. P. Ottavio, ha presto realizzato l’aiuto enorme che avrebbe dato un Seminario RM in terra albanese e con pazienza e tenacia, sin dagli anni 2002/2003, ha lavorato per il lancio di un tale seminario nella sua diocesi. Inizialmente non poche furono le perplessità e ritrosie: ad alcuni non pareva opportuno fondare un nuovo seminario accanto a quello già esistente a Scutari, ossia il Seminario Pontificio Interdiocesano “Madonna del Buon Consiglio”. Mons. Vitale, pensando anche al contributo di un tal seminario per l’Albania del Sud, estremamente scristianizzata, ha però insistito e ottenuto che nel settembre del 2005, con il consenso di Kiko e Carmen, un piccolo nucleo di seminaristi avviasse questa esperienza. A noi fu assegnata la reliquia di santa Elizabeth Ann Seton, la prima santa statunitense, protestante, moglie e madre, convertita, vedova e religiosa! All’inizio la partenza fu molto flebile: dei soli quattro giovani assegnatici (un italiano, uno spagnolo, un 5 croato e un polacco) ben due si tirarono indietro. In seguito però il Signore ha benedetto quel piccolo seme e oggi il Seminario conta 12 seminaristi di 8 nazionalità. Grazie a Dio, l’integrazione con il Seminario di Scutari (dove personalmente insegno Teologia dal 2003 e dove i nostri ragazzi compiono tutto il ciclo di studi) è ottima; così come eccellente è la collaborazione dei nostri sacerdoti novelli con il clero locale. È un vero dono del Signore poter studiare e lavorare insieme pur riconoscendo delle peculiarità e delle diversità che si completano e si arricchiscono a vicenda. Quello che importa è che lo Spirito sia uno! Grazie all’aiuto di innumerevoli benefattori e di valenti e infaticabili collaboratori, soprattutto delle comunità di Puglia e Basilicata, e sotto la personale responsabilità di Silverio Cartolano, il nostro Seminario gode oggi di un bellissimo e vasto edificio pressoché completo, con cappella, santuario della Parola, refettorio, zona pernotto, aula magna e biblioteca; il tutto costruito secondo la “nuova estetica” promossa da Kiko.